Nascita di un Brand

"Atelier Intarsia"

Il nome deriva da una tecnica esclusiva, per creare composizioni decorative che vogliono imitare fedelmente le "tarsie" di legno su carta, legno o altro materiale.

© Atelier Intarsia

Un po' di Storia "la tarsia"

Dall'arabo tarṣī‘, der. di raṣṣa‘a ‘intarsiare’ •sec. XIII

L'intarsio o tarsia lignea è un tipo di decorazione che si realizza accostando minuti pezzi di legni o altri materiali di colori diversi. Diffusa già nel Trecento tra il 1440 e il 1550 raggiunge il massimo della fioritura, sviluppando quello che verrà definito da André Chastel "il cubismo del Rinascimento".

Fino a tutto il XV secolo la tarsia rimase una forma artistica praticata essenzialmente solo in Italia; in seguito si diffuse, seppure molto cautamente, anche al di là delle Alpi.
 

Prima di procedere all'intarsio con pezzetti di legno, veniva creato un cartone, spesso disegnato da pittori di professione, che affidavano la realizzazione dei manufatti ad artigiani specializzati. La tecnica consisteva nell'accostare legni e, talvolta, altri materiali (avorio, osso o madreperla), tagliati in modo da combaciare perfettamente, fino ad ottenere disegni che, nei migliori casi, arrivavano ad una notevole complessità virtuosistica.

 

I diversi colori dipendevano dalle tinte proprie delle varie essenze, variate ulteriormente a seconda del taglio e dell'inclinazione delle venature, che facevano variare la rifrazione della luce sulla superficie. Talvolta si ricorreva poi alla tintura dei pezzi ottenuta bollendoli con sostanze coloranti, mentre i toni più scuri erano di solito ottenuti tramite una brunitura con ferri roventi, effettuata solitamente dopo la posa in opera.

La tarsia venne impiegata nella decorazione di cofanetti, cassoni nuziali, porte, mobili da sagrestia, stalli e per il rivestimento di cori e di studioli privati. Nel periodo d'oro del Rinascimento, la tarsia era correlata ad aspetti teorici, di applicazioni delle leggi prospettiche per realizzare perfetti trompe-l'œil, tanto da farne una delle arti più diffuse tra la committenza più elevata. Le tarsie nelle sagrestie o negli studioli dei grandi principi del tempo erano accomunate da un carattere di "separatezza riflessiva"[3], al quale si adattava perfettamente il carattere immoto e non narrativo delle vedute, degli armadietti e degli oggetti rappresentati. Si trattava di soggetti antesignani del paesaggio e della natura morta, che in pittura, nel Rinascimento, non avevano ancora una propria autonomia espressiva.

 

Frequenti erano oggetti come le coppe sfaccettate, le clessidre, i candelabri, i compassi, i solidi geometrici, le gabbie di uccelli, i pezzi di armature, ecc. Frequenti erano poi gli armadi semiaperti, che lasciavano intravedere il corredo tipico dello studioso umanista, come libri e strumenti musicali: non di rado tali soggetti erano raffigurati su sportelli di veri armadi a muro che spesso contenevano oggetti del tutto simili a quelli raffigurati.

 

Le rappresentazioni erano sempre comunque legate alle regole prospettiche della pittura vigente, e gli stessi pittori che fornivano i cartoni si adattavano alle specificità di questo genere decorativo. Impossibile è ad esempio immaginare la produzione di maestri come Lorenzo e Cristoforo da Lendinara senza l'influsso delle vedute silenziose e geometrizzate di Piero della Francesca.

Il primo esemplare di intarsio è un frammento del coro del Duomo di Orvieto, con l'Incoronazione della Vergine, ora conservato nel Museo dell'Opera del Duomo, opera anteriore al 1357 affidata al capomastro Vanni di Tura dell'Ammannato e ad una piccola squadra d'intarsiatori senesi, che utilizzarono cartoni di alta qualità che creano figure dalle sagome chiuse e insulate come una vetrata o una tappezzeria tardogotica.

 

Nel corso del Trecento furono gli intarsiatori senesi a ricevere le maggiori commissioni: Pietro di Lando realizzò il coro ligneo per il Duomo di Fiesole nel 1371 e nel 1390 quello di Santa Maria del Fiore a Firenze (entrambi perduti); Francesco da Siena realizzò quello di Santa Croce a Firenze nel 1355 (perduto) e Nicolò dei Cori il coro del Duomo di Siena, completato nel 1394 (perduto), mentre dal 1415 al 1428 realizzò il coro ligneo della cappella del Palazzo Pubblico a Siena, unica sua opera conservata; Mattia di Nanni eseguì poi dal 1425 al 1430 la Giustizia e l'Intercessione della Vergine per Siena per un dossale della Sala delle Balestre del Comune senese.

(da Wikipedia)

Antonio della Mola, 1506, Appartamento della Grotta di Isabella d'Este, Palazzo Ducale, Mantova

Antonio della Mola, 1506, Appartamento della Grotta di Isabella d'Este, Palazzo Ducale, Mantova

Guido da Serravallino e Giuliano di Salvatore, tarsie dalla sagrestia vecchia del Duomo di Pisa, 1488-1490

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